Tutto col gioco niente per gioco

Chuck : Rock [n] Roll.

Il profumo della pioggia sull'asfalto : Rock [n] Roll.

Tenersi per mano : Rock [n] Roll.

Orologio viola Nixon : Rock [n] Roll.

Acconciatura anni '50 : Rock [n] Roll.

CMYK : Rock [n] Roll.

Bloody Mary : Rock [n] Roll.

Brunch domenicale con occhiali da sole per coprire gli occhi pesti : Rock [n] Roll.

Shopping compulsivo : Rock [n] Roll.

Converse All Star : Rock [n] Roll.

"It takes more than fucking someone to keep yourself warm" : Rock [n] Roll.

Cravatta slim : Rock [n] Roll.

Alexander McQueen : Rock [n] Roll.

Bonsai : Rock [n] Roll.

Parete rossa con cornice bianca minima : Rock [n] Roll.

Bauhaus : Rock [n] Roll.

James Frey : Rock [n] Roll.

Baciarsi senza freni : Rock [n] Roll.

Uccidere la sveglia e riaddormentarsi nelle giornate importanti : Rock [n] Roll.

Onda verde : Rock [n] Roll.

Rankin : Rock [n] Roll.

Papillon : Rock [n] Roll.

Niccolò Machiavelli : Rock [n] Roll.

Lilium : Rock [n] Roll.

BB Messenger : Rock [n] Roll.

Low saturation : Rock [n] Roll.

Gemelli : Rock [n] Roll.

Spostare oggetti sulla tavola per far posto ad un vassoio fumante : Rock [n] Roll.

Sambuca : Rock [n] Roll.

Lentiggini : Rock [n] Roll.

Gelato fritto : Rock [n] Roll.

Pubblicità creativa : Rock [n] Roll.

Interior design : Rock [n] Roll.

Prendersi dei rischi : Rock [n] Roll.

Skydiving : Rock [n] Roll.

Scatto in M : Rock [n] Roll.

"Non è finita finchè è finita" : Rock [n] Roll.

To be soulmates : Rock [n] Roll.

"Avere un pensiero unico, assiduo, di tutti i giorni." : Rock [n] Roll.

Rock [n] Roll : Rock [n] Roll.

Fluo : Rock [n] Roll.

Molto forte, incredibilmente vicino : Rock [n] Roll.

Islanda : Rock [n] Roll.

Bretelle : Rock [n] Roll.

Acqua e amido di mais : Rock [n] Roll.

Citrosodina che frigge sulla lingua : Rock [n] Roll.

Anziani che si tengono per mano : Rock [n] Roll.

New York City : Rock [n] Roll.

Rapporti esclusivi : Rock [n] Roll.

4 : Rock [n] Roll.

Giallo sulla morte di Pikatchu : Rock [n] Roll.

Spada : Rock [n] Roll.

Gormiti : Rock [n] Roll.

Sms inaspettato al mattino : Rock [n] Roll.

Sabato del villaggio : Rock [n] Roll.

Poesia : Rock [n] Roll.

Bottiglia di vetro Coca Cola : Rock [n] Roll.

Sensibilità : Rock [n] Roll.

Ridere fino alle lacrime : Rock [n] Roll.

"Chi osa, vince" : Rock [n] Roll.

Giappone : Rock [n] Roll.

Amarone : Rock [n] Roll.

Amarezza : Rock [n] Roll.
Privacy : Rock [n] Roll.
Cuffie enormi : Rock [n] Roll.
Aprire un panettone a Giugno : Rock [n] Roll.
"Mi sono taggato addosso." : Rock [n] Roll.
<<Ingegnerizzami una tabella>> ... <<Ingegnerizzami stocazzo>> : Rock [n] Roll
Sguardi complici : Rock [n] Roll.
Foto in salto : Rock [n] Roll.
Arcobaleno in scala di grigi : Rock [n] Roll.
Racchiudere un volto tra le mani e dare un bacio delicato : Rock [n] Roll.
Fissare uno che si scaccola al semaforo nell'auto di fianco : Rock [n] Roll.

I buoni ricordi : Rock [n] Roll

I cattivi ricordi : Rock [n] Roll

Pescare in una tasca di vecchi jeans 10 Euro : Rock [n] Roll

PopCo : Rock [n] Roll

Stringersi : Rock [n] Roll

Architettura : Rock [n] Roll

Pelle : Rock [n] Roll

Arte : Rock [n] Roll

Un odore che ti riporta alla mente una persona : Rock [n] Roll

Timbri sul passaporto : Rock [n] Roll

Fluo : Rock [n] Roll

Janis : Rock [n] Roll

La firma sul contratto di casa tua : Rock [n] Roll


 

venerdì, 03.09.10

.141 (Esistenzialismo in una tazzina di caffè)

Dov'è dunque la realtà?
Di fronte o di profilo?
Ma soprattutto cos’è; un oggetto?

Forse un oggetto è un legame che ci permette di passare da un soggetto all’altro, di vivere in società di strare insieme. Ma poichè i rapporti sociali sono sempre ambigui e il pensiero divide così come unisce, e le parole uniscono per quello che esprimono… e separano per quello che omettono, un grande abisso che separa la mia certezza soggettiva dalla verità oggettiva degli altri. Poichè so di essere colpevole anche se mi sento innocente, perchè ogni evento trasforma la mia vita quotidiana, poichè sbaglio a comunicare, a capire. Ad amare o esser amato. Poichè ogni fallimento mi confina nella solitudine, poichè non posso sottrarmi all’obbiettività che mi schiaccia… nè alla soggettività che mi esilia. Poichè non posso innalzarmi fino all’essere, nè cadere nel nulla… devo ascoltare, devo guardare intorno a me più che mai… il mondo, il mio simile, mio fratello. Guardo il mondo, oggi che le rivoluzioni sono impossibili, minacciato da guerre sanguinose, dove il capitalismo perde la certezza dei suoi diritti, e la classe operaia rinuncia ai suoi, dove le conquise folgoranti della scienza fanno del futuro una presenza ossessiva. Il futuro è più presente del presente… E le lontane galassie sono alla mia porta. Guardo i miei simili, i miei fratelli. Dov’è l’inizio? L’inizio di cosa? Dio creò il cielo e la terra. Certo. E' comodo e facile. Cosa posso dire di più? Dire che i limiti della lingua sono quelli del mondo, che i limiti della mia lingua sono quelli del mio mondo, e che parlando limito il mondo, lo finisco. E quando la morte, logica e misteriosa, romperà questi limiti… Non ci saranno nè domande nè risposte, tutto sarà confusione. Ma se le cose avranno contorni netti, non sarà grazie alla rinascita della coscienza. Tutto deriva da questo.


[da Due o tre cose che so di lei, di Jean Luc Godard, 1966]

[Leggi tutto]

giovedì, 02.09.10

.140 (Silence Do Good)

E' seduto sulla sua poltrona Lily. Mutande e canottiera, una catena d'oro al collo a maglia stretta con appeso un medaglione-amuleto che avrebbe dovuto portargli fortuna e un'eco distratto di deodorante roll-on sbiadito di quelli da offerta 3x2 al supermercato. Nient'altro che silenzio attorno. Anzi, quello che sta pensando, mentre il sudore appiccica l'epidermide accaldata alla simil pelle della Lily bianca, è che il silenzio lo sta divorando. E' immobile come un bicchier d'acqua fredda lasciato su un tavolino di ferro da giardino, di quelli bianchi traforati: il sole sbatte su di lui facendo stillare goccia dopo goccia quel sudore che lo irrita a qualche frazione di millimetro dalla superficie, dando vita a piccole bollicine rosse dal fastidio pungente; è come un bicchiere che, saturo di condensa, goccia a goccia suda il suo contenuto. Gronda immobilità. E nel frattempo, il silenzio lo divora. Si domanda come possa accadere, come possa esser successo che -sebbene si fosse nascosto in casa barricandosi dietro grate di acciaio impenetrabili- il silenzio l'avesse scovato così rapidamente. Chiuso nella sua prigione familiare chiamata abitazione, con le sbarre a tenere a bada la sua sete di defenestrazione più che le voluttà d'intrufolo dei topi d'appartamento, sente il silenzio che lo assapora, rossicchiandolo nervosamente come un bambino col suo stecco di liquirizia. Ma sono le fattezze del ratto che rendono meglio l'idea. Macchianosi i denti di nero. Perso in quell'immobilità, lascia cadere della cenere per terra direttamente dalla sigaretta che fa capolino tra le sue dita; tabacco che si è fumato il tempo, non lui. Il respiro impegnato a tenerlo in vita piuttosto che concentrato nell'inalazione di fumo denso al sapore di mentolo. Prova un impercettibile movimento ma le natiche sono come incollate in un vuoto d'aria tra pelle e finta-pelle. Si sente nella stanza un peto di rumore e, sebbene si trovi in totale solitudine -eccezion fatta per il killer silenzioso- non se ne accorge. Il suo pudore gli impedisce di girare nudo per casa, o lasciarsi andare completamente sulla ceramica della sua tazza Flaminia. Sente una fitta di dolore al fegato che attribuisce immediatamente ai denti aguzzi del silenzio, ormai arrivato a mangiare le sue interiora partendo dalle più marce e viziate; cerca di non muoversi, come si fa di solito con i predatori astuti che puntano la preda e ne annusano la paura: si finge morto. Ma certo non basta per placare l'ingordigia di un assassino che può essere interrotto apparentemente con facilità, chessò, schioccando le dita o accendendo uno stereo. La tv. Semplicemente facendo conversazione, anche giocando ad essere attore protagonista e interlocutore secondario, diretti dalla propria mano di regista alle prime armi. Ma un sordo, che armi può possedere? Salvo, il suo nome così lontano dalla sua condizione psico-fisica, non sente che il silenzio. E quello è il suo modo di tenersi compagnia: giocare al gioco del silenzio, ma in eterno. Senza averlo deciso con gli amici, senza poterlo interrompere quando ci si stanca. Ancora gocce di sudore che si formano sulla sua stempiatura dilagante. Ancora senso di panico. Non udibile. Il silenzio si sparge in lui aggredendo lo stomaco, la pancia tutta; conquista territorio sempre più velocemente, come se il saziare la sua fame gli desse nuovo vigore. Salvo ha sempre pensato che la parte più preziosa per un non udente impossibilitato a comunicare, non riuscendo praticamente più ad articolare una frase, fosse il cuore. E decide di difenderlo, come ultimo avamposto contro il nemico silente: non si lascerà conquistare fin lì. Non lo lascerà concludere la sua tiranna corsa al riempimento della sua anima, no. Si alza facendo volare il mozzicone sul tappeto, che imbevuto di ogni tipo di alcolico e lacrima versati prende immediatamente fuoco in una cupa vampa fuligginosa; la sua stanza come un inferno muto e implacabile. Lo strappo causato dal movimento repentino gli fa provare una sensazione simile al napalm, con la pelle che sembra staccarsi rimanendo avvinghiata al Lily. Con un balzo goffo e rude si butta verso la finestra, vede la salvezza oltre quelle sbarre. La sua rabbia contro sè stesso, contro la sua vita, contro il silenzio e contro tutti lo rende disumano, un Ercole assatanato tra luci e ombre fiammeggianti. Divelte le sbarre, si strappa la canotta e prova ad urlare. Niente esce dalla sua bocca, non un suono. E in un amen, col fuoco che brandisce già i suoi piedi, spicca il volo cercando nell'atterraggio il suono finale, la chiusura del suo crack. Sinfonia di ossa rotte ad personam. Salvo è spacciato. Sounds good.

Autore: nulla4 Categoria: Addii Ore: 12:30 Commenta

venerdì, 27.08.10

.139 (Amygdala)

Dunque è questo il trucco: un interruttore.

Un fottuto minuscolo tasto che il nostro cervello

si prende la briga di schiacciare. Un allarme, chiamiamolo.

Un pulsante d'emergenza, ecco.

Adesso.

Gli studiosi si sono messi ad osservare il cervello, ok.

Cercando una serie di impulsi che possano essere

ricondoti alla paura. Brrr. Spaventoso.

Cerca che ti cerco, hanno scoperto che nella frazione

di secondo che serve per farci capire di essere in pericolo,

il cervello umano (bhè, a dire il vero quello di un topolino cavia

da laboratorio) reagisce decidendo se trasmettere l'ordine

al corpo di fuggire o di immobilizzarsi. On/Off. Go/Stop.

Un interruttore, capite?

Bene.

Se c'è un interruttore per questo, deve esserci un'intera tastiera,

anzi che dico, una vera e propria sala comandi da dove avere

il controllo totale. Potente. Dunque vediamo: gli scienziati hanno

deciso che, se si riesce a "gestire" quell'interruttore <<spaventoso>>

possiamo gestire al meglio la nostra ansia, lo stress, il timore nelle

situazioni più disparate (essendo il mondo business-oriented, si è

chiaramente pensato soprattutto alle questioni lavorative).

D'accordo.

Ora in una futuribile visione apocalittica c'è già chi pensa a come

gestiranno questi interruttori della nostra volontà. Come chi li gestirà?!

Ovviamente: Loro. Nella visione del complotto c'è sempre qualcuno che

ci controlla, no? Dunque tutti i nostri cervelli saranno un bello spazio

da crackare, per avere il controllo sulle nostre (re)azioni. Quello che

oggi viene fatto con l'informazione, verrà fatto in altri modi. Come?

Non so, ma io fantastico già di trovare il modo di raggiungere il mio

interruttore emozionale, quello che mi fa decidere sulle re(l)azioni,

schiacciando On/Off senza tutti gli strascichi del post, senza sofferenza,

in pratica. Anche se ho già sentito un "click" nel mio cervello (la paura!) che

mi fa temere che quell'interruttore emozionale mi sia stato

asportato o manomesso da piccolo, e piazzato poi sul cuore con un nastro

adesivo per tenerlo fermo su <<On>> con la scritta NON TOCCARE!

Credo, insomma, che la mia "sala macchine" non sia piena di fili elettrici e

circuiti, ma quantomeno di vene cardiache, arterie coronariche e vasi

sanguigni incasinati che spruzzano sangue creando continui corto-circuiti.

Siamo fatti così.

E se mi viene da scappare di fronte a questo, immobilizzerò

la fuga in uno scatto col flash.

Autore: nulla4 Categoria: Amore Ore: 12:34 Commenta

giovedì, 26.08.10

.138 (it's not war) just the end of love

 

To feel forgiveness, you gotta forgive
Do you see the stars or the darkness begin?
You fight your war, I fought for my life
You pay your dues and I'll pay mine

It's not war, just the end of love
Just like before but it's never enough
Oh it's never enough

You fight your war, I fight for my life
You pay your dues, and I won't pay mine
To feel forgiveness you gotta forgive
It's lost on me, I believe in revenge

It's not war, just the end of love
You've got the looks
But I've got the stars
It's not war, just the end of love
To feel some tenderness
Do you have to give up?
Do you have to give up?
Ooh do you have to give up?

It's not war, just the end of love
(just the end of...)
Just like before, but it's never enough
It's not war just the end of love
You weathered the storm but sheltered the loss
but sheltered the loss
but sheltered the loss

Autore: nulla4 Categoria: Manic Street Preachers Ore: 11:03 Commenta

mercoledì, 25.08.10

.137 Svolta (sulla curva del cuore)

C'è, come dire, qualcosa da dire.

Ma che non è importante, questo no.

 Si tratta solo di qualcosa che ancora non ho,

in testa, ma che mi rimbalza dentro e vuole

 uscire. Manco fosse interessante, no.

Sta a metà tra un feto che non vede l'ora di nascere,

 e uno scarto che il mio corpo vuole espellere.

Stronzate.

 Probabilmente è solo un pensiero, di quelli che tanta

(troppa)

 gente chiede a sè stessa (a Dio? alla fatina dei dentini?) di

non fare più. Io a Dio non chiedo niente. Come non chiedo

 più niente alla fatina dei dentini, da quando almeno ho

notato che i miei desideri intrinsechi non si realizzano (ebbene,

 avevo chiesto una roulotte a forma di pistacchio, avevo

bramato un coleottero con le eliche di elicottero per muovermi

 meglio nel traffico, avevo desiderato che tutti i tamarri venissero

esiliati in stato estatico in una falda irraggiungibile nascosta tra

il Kilimangiaro e l'Anna Purna Mata Mandir, o giù di lì. Ma niente.),

 le uniche cose che ancora mi concedo di chiedere sono i

PERCHE'.

 E spesso, vittime della mia curiosità viziata d'impazienza, finiscono

per cadere in burroni di ego, poppando sul fondo come mais

 caramellato.

Che, badate bene, è pure un bene.

 Ma a volte ti guardi il petto allo specchio e leggi "un cuore è stato qui",

tatuato con crema di latte di mandorle e glassa di amarena; e capisci.

 Capisci che non sono i desideri di bambino che ti renderanno felice.

Che non basta quello che vuoi oggi, per farti contento domani.

 Che l'insoddisfazione, ahimè tanto bistrattata, criticata, sbeffeggiata,

alla fine è l'unica via senza fondo. Perchè l'amore ha un fondo.

 L'interesse ha un fondo. La vita, pure quella, ha un fondo mortifero.

Ma l'insoddisfazione, quella no.

 Ed è lì che risiede la consapevolezza di sè stessi.

Prima accetti che essere insoddisfatto e volere di più non può far altro

 che portarti a cercare di scoprire qualcos'altro (spesso che si è

insoddisfatti e si vuole di più), prima capisci che l'uomo nella scala evolutiva

 non è neanche sul podio, e che la condizione dello scarafaggio (che

nella sua forma animalesca ha un cuore dotato di 13 ventricoli a dispetto

 dei 2 umani, e che ci surclasserà restando su questo pianeta per

sempre resistendo a scosse di terremoto, esplosioni atomiche,

decadenza di Liverpool, uscita di scena del caschetto di capelli e

 sindromi varie da cuore spezzato per cui sembriamo soffrire solo noi)

è davvero qualcosa di invidiabile.

 Eppure non è proprio qui che volevo arrivare. Perso.

Vedete: insoddisfatto anche dal pensiero.

 E per un inventore, credetemi, è una stipsi cronica a cui è difficile

sopravvivere.

 Pensate: giorni fa mi credevo di aver inventato il prodotto del secolo;

ho riflettuto su come, al giorno d'oggi, non ci si ricordi più molto.

 Che la memoria ci permette spesso di avere pagine intere legate

all'inizio o alla fine di qualcosa (quando si conosce qualcuno, quando si

 perde qualcuno) e solo alcuni trafiletti di quel che c'è in mezzo, per

fortuna ancora accompagnato da foto e didascalie come in un

 Revival da Polaroid. Sfocate, però. E colle scritte sbafate.

Oggi, quindi, ci affidiamo a delle guide. Un tempo erano solo spirituali,

 adesso (con la decadenza dei valori, soprattutto) sono solo che

elettroniche.

 E allora c'è il web (candidato di recente al Premio Nobel, ironicamente),

e tutta una serie di (le chiamano) applicazioni, oltre che ai ben noti

 navigatori satellitari. Sa il cazzo. Pardon le francaise.

C'è quindi un robo che mi sfarfalla sulla testa ad ogni moto perpetuo

 terrestre, che pretende di posizionarmi su una griglia immaginaria

basata su punti reali del globo terracqueo. Ed io serenamente infilo

 in questo quadratino di microchip anemozionali un carro armato verde

militare che simula la mia presenza sul campo di battaglia chiamato vita.

 E, frullando numeretti che pare il giorno della Tombola coi parenti,

mi arrivano indicazioni su che strada devo fare per

 non

andare dove voglio, semplicemente per arrivare in un punto e da lì

 tornarmene indietro senza risposte ma con un nuovo carico di percorsi.

Manco fossi un moderno Minotauro perso nel labirinto del rock[n]roll.

 Amabile.

Allora, l'illuminazione: chi si sente davvero perso?

 Chi tocca il fondo, anzichè le pareti labirintiche dell'emozione,

senza braccia che lo ritirino su?

 Chi ama.

E poi soffre per questo.

 Certo: trovare una soluzione al problema di non essere corrisposti,

o di essere insoddisfatti delle relazioni, o di vederle semplicemente finire

 come un latte trasformato senza volere in una prescinesua nauseabonda,

non è compito mio.

 Ma se trovassi una guida?

Se inventassi un navigatore satellitare che anzichè indicarmi dove andare

 fisicamente

mi aiutasse a capire i segnali del cuore? A interpretare la direzione

 giusta (o più breve, o consigliata, o senza pedaggi) per farsi felici?

Saremmo soddisfatti, allora?