martedì, 09.02.10
.64 (and everything after)
Sono sempre stato affascinato da questa storia.
C'è un genio, un talento. Di San Francisco. Rastamanno se ce n'è uno. Con la faccia da vecchio amico che non vedi da anni, ma che c'è stato sempre, in qualche modo, per te.
Scrive sul suo scrittoio in legno (ben pieno di parole incise sulla sua superficie con un taglierino o qualcosa di appuntito qualunque, foss'anche la punta di un pensiero in un tardo pomeriggio americano di Agosto), e scrive di sè. Lo fa in maniera diversa a molti altri, lo fa onestamente. Senza peli sulla lingua, usando parole di una meraviglia splendente e magica che pochi altri possono raggiungere. Lo fa perchè è così che si fa, dalle sue parti. Che non sono solo le case tutte uguali di una città più europea che americana, sono parti che vanno dall'angolo acuto in basso alle curve ben delineate in alto di un cuore pulsante, più volte deluso, maltrattato. Affranto. Ma che ha avuto le sue gioie, le sue soddisfazioni, o almeno che ha sognato che ci sarebbe stato spazio per loro, in futuro. Il ragazzo scrive e sogna una vita forse diversa. Scrive e intona, con una voce potente e decisa (sa il Dio venuta fuori da dove nel corso degli anni) le note che vuole sentire; e ho sempre avuto l'impressione, più per sè stesso che per gli altri. Lasciando certo ben aperto uno spiraglio da cui osservare, ascoltare, immaginare, partecipare. Come una porta socchiusa, di proposito.
Adam ha scritto un pezzo, il più viscerale, e a me piace sognare tutto questo. Lo ha scritto a penna, lontano dalle moderne tastiere su cui sbatacchiare le dita. Con tanto di cancellature e correzioni. Spingendo bene l'inchiostro sui fogli come se uscisse direttamente dalle vene senza passare dalla penna. Adam, San Francisco, e la sua vita da racchiudere in pochi minuti di melodia. Dire tutto, o almeno quello di cui vale la pena, in un unico testo. Soprattutto: trovare un titolo per la sua vita. August & Everything After. Agosto, e tutto quello che viene dopo. Come dire: tutto me stesso è qui, ascoltami, capirai qualcosa di me; e se sarai fortunato, sensibile e ben intenzionato forse avrai anche l'onore di capire qualcosa di te stesso.
La storia sarebbe già magica, di per sè. Ma come ogni genio, Adam ha tenuto quel testo tra i suoi incartamenti; perchè quando lo rilesse la prima volta gli veniva da piangere. Perchè era una parte troppo intima per poter esser associata a qualsiasi altro pezzo, per quanto viscerale, scritto dopo. Ma non poteva fare a meno di quel titolo (lo dedicò quindi all'album). E come poter slegare un titolo dalla sua opera? Come dividere il nome proprio di qualcosa dal suo essere entità concreta, dal suo essere capolavoro di vita vissuta? Sarebbe stato come toglierne l'anima, forse perdendola a sua volta. Finì che quel testo venne trasportato sulla copertina del suo primo album, giusto sotto al titolo August & Everything After, in un vedo-non vedo fatto apposta per le persone che si godono le cose con passione, che non si fermano all'apparenza guardando una copertina (o dannazione, la propria vita) passando accanto allo scaffale distrattamente, ma che cercano di carpire tutto lo scibile e se non capiscono cercano di immaginarselo, inventarselo, crearsene una parte tutta per sè; per avere sì, qualcosa di proprio anche nell'opera di altri.
Il suo album fece successo, non avrebbe potuto non farne. Alternative Rock. Alternativo rispetto al Grunge di Seattle che spopolava, erano i primi anni degli anni novanta. Alternativo rispetto alle emozioni preconfezionate propinate al Mondo dalle grandi multinazionali della musica, quelle che ti tengono in pugno stropicciandoti come un contratto di esclusiva da firmare, e se non scendi a compromessi con le loro logiche, non ti producono e tornerai a suonare nei bassifondi godendo del successo che ti può dare un pub irlandese sulla 7th e qualche ubriacone che ti applaude tra un colpo di tosse colmo di raucedine da tabacco e sogni infranti.
Iniziarono i concerti, certo. Poi arrivarono altri album. Ma quella canzone, la prima vera perla gocciolata dal creatore di quella vita in musica, non venne mai cantata (probabilmente ritoccata, con nuove esperienze e vissuto, ma mai fatta sentire ad anima viva). Neanche nei concerti con audience più ristrette. Neanche in privato. Perchè era nella gola che aggrediva il cantante; era nella gola e negli occhi che Adam accusava fastidio non appena si avvicinava a quel testo così schietto e vero e colmo dei sogni di un bambino, colmo delle speranze di un adolescente, colmo dell'amore di un ragazzo, colmo delle preghiere di un uomo.
Qualcuno iniziò a farsi delle domande. Si cominciò a chiedersi cosa fosse quel testo sulla copertina dell'album d'esordio. Perchè non fosse qualcosa di cantato. E chissà forse per l'insistenza, forse per un proprio bisogno, nel momento del ritorno a San Francisco (la città natale, la città dello scrittoio in legno con inciso il punto di partenza di tutto un viaggio inaspettato e magico), Adam decise di cantarla sperando che il pubblico potesse davvero capire. Capire cosa passava tra una nota e l'altra. Capire cosa risiedeva in quelle pause di silenzio. Capire qualche parola ed abbinarla ad un episodio della vita che potesse anche solo avvicinarsi come intensità alla sua. A quella avuta fino a quel momento, con le lezioni da imparare e gli errori da rifare.
Resta oggi un qualcosa di mistico, per me. Qualcosa che non definirei semplicemente una canzone; troppo facile. Qualcosa che non fu mai inciso se non così come preso da quel live set californiano. Con urla, schiamazzi, gente che si domanda "ma è veramente quella?" e tutto quanto. Ed è nel battito del cuore che si inarca come se stesse cercando di stirarsi via di dosso un sonno in cui è stato incantato per troppo tempo che trovo la voglia di far sentire, condividere questa emozione. Sperando che suggerisca storie nuove, senza mai dimenticare le vecchie per quanto drammatiche possano essere o soltanto sembrare.
Queste le parole di Adam Duritz, leader dei Counting Crows, quel giorno a San Francisco, CA. davanti ai pochi fortunati lì riuniti dal destino:
"Alright, I have never never played this song before in concert. I have grave, grave misgivings about doing it now. But you people have been bitching about it forever so... It's entirely possible its not even that good of a song, it does however have a really great title. It sort of goes like this.. I'm not sure I can play this. But I'm doing this just for you. I want you to know that I rehearsed it on the piano in the change over between Graham Colton and the Wallflowers when you weren't looking tonight."
.63 (Serena)
Serena cammina con le mani in tasca, è buio ed il freddo annienta ogni pensiero.
Serena percorre la sua strada sputando di tanto in tanto una nuvola d'aria dalla bocca, divertendosi a vederla colare lungo la sua guancia, portata via dal vento.
Serena pensa a lui. Così come pensa a tremilacinquecentosette altre cose; tutte in fila come ad aspettare quel pensiero, meraviglioso, impermeato di qualcosa che non è una sostanza, non è un composto...lo possiamo forse solo definire, se proprio a noi interessa dare delle etichette, specialità.
Serena mastica un chewing-gum distrattamente. La bocca un pò sciancata che percorre ogni morso come una montagna russa, fermandosi di tanto in tanto con il ghiaccio che le impasta i denti davanti.
Il pensiero, quello speciale, arriva [per lui] che ormai è notte.
Serena continua il suo cammino e in quel frenetico silenzio si immagina cosa stia facendo quel puntino di universo, così unico ma per nulla diverso. Non da lei, che cammina masticando con le mani in tasca e le Converse ai piedi. Si chiede il perchè ci sia così tanta affinità; il perchè quella chimica sensoriale stia dilagando così rapidamente, quasi senza controllo, tramite un mezzo inusuale che non prevede sguardi, contatti o rintocchi di cuore.
Gli altri tremilacinquecentosei pensieri provano a dare fastidio a quella specialità, provano a prendere il suo posto; ma Serena cammina senza quasi guardare i semafori, cammina ascoltando musica dal suo i-Pod, con le cuffie che non si annodano, con le note che le si attorcigliano dentro lo stomaco.
Serena inizia a correre.
Sente il vento secco che la investe con brio, e qualche lacrima le scorre lungo i bordi degli occhi, quegli occhi castani innamorati di un'idea. Di un ricordo. Di un libro, un film, una nota. Un pensiero. E chissà se è gioia, tristezza o solo l'aria che le infastidisce la visuale.
.62 [anche ad essere si impara]
Così sempre corre il giovane verso la donna: ma è davvero amore per lei a spingerlo? o non è amore soprattutto di sé, ricerca d'una certezza d'esserci che solo la donna gli può dare?
Corre e s'innamora il giovane, insicuro di sé, felice e disperato, e per lui la donna è quella che certamente c'è, e lei sola può dargli quella prova.
Ma la donna anche lei c'è e non c'è: eccola di fronte a lui, trepidante anch'essa, insicura, come fa il giovane a non capirlo? Cosa importa chi trai due è il forte e chi il debole? Sono pari. Ma il giovane non lo sa perché non vuole saperlo: quella di cui ha fame è la donna che c'è, la donna certa. Lei invece sa più cose; o meno; comunque sa cose diverse; ora è un diverso modo d'essere che cerca. [...]
E così imperversa e non si dà ragione e a un certo punto l'innamoramento di lei è pure innamoramento di sé, di sé innamorato di lei, è innamoramento di quel che potrebbero essere loro due insieme, e non sono.
(I. Calvino -Il cavaliere inesistente- cap. V-VII)
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